Cose da Matti una mostra emozionante

L'esposizione permanente racconta gli oltre 100 anni di storia dell'ospedale psichiatrico attraverso le storie personali dei pazienti

SASSARI 27 settembre 2008 – Quindici pannelli e nove teche che fanno la storia della psichiatria nella provincia di Sassari, dalla nascita dell’ospedale di Via Rizzeddu sino alla sua chiusura, avvenuta vent’anni dopo la legge Basaglia.

Si è aperta ieri nei locali della palazzina H, sede della direzione del Dipartimento di Salute mentale e delle dipendenze dell’Asl di Sassari, la mostra documentaria permanente “Cose da matti…storia e storie del manicomio di Sassari”.

La mostra si inserisce nel progetto INTERREGG III A "Mare, Costa e Dintorni: Mare, costa e dintorni: modelli di intervento a confronto per la realizzazione e l'attivazione di reti di salute", realizzato in collaborazione con l’Azienda Usl di Livorno e della Direction Dèpartementale des Affaires Sanitaires et Sociales di Bastia. La mostra è l’ultima delle tre azioni di “Carte da legare”, un progetto di recupero e gestione di archivi sanitari. A presentarla è stata Alba Corona, responsabile del Dsmd, che ha rimarcato l’importanza fondamentale della testimonianza delle carte provenienti dall’ex ospedale psichiatrico di Rizzeddu: un passato di cui tener memoria.


La presentazione della mostra
  • La dottoressa Alba Corona presenta la mostra
  • Il direttore generale dell'Asl Giovanni Battista Mele
  • La presidente della Provincia Alessandra Giudici
  • Le autorità presenti
  • Alcune teche con documenti all'interno
  • Le teche esposte nel salone di ingresso



Il direttore generale della Asl Giovanni Battista Mele ha sottolineato come il manicomio e la struttura di Rizzeddu siano uno degli edifici più carichi di storia della città: la Asl di Sassari, sin dalla chiusura dell’ospedale psichiatrico nel 1998, si è sempre impegnata per l’apertura di quelle mura che troppe volte hanno significato emarginazione. I beni immobili contenuti nel compendio possono essere valorizzati ulteriormente. A questo proposito il direttore generale ha citato il recente concerto di Paolo Fresu e il quartetto d’archi Alborada che lo scorso agosto si è esibito proprio nei saloni dell’ex ospedale psichiatrico. La città si sta riappropriando di un monumento.
Il direttore ha concluso ringraziando il personale, l’Amministrazione provinciale e la Soprintendenza archivistica per la Sardegna.

Il presidente della Provincia Alessandra Giudici ha particolarmente insistito sul lato emotivo della mostra: ciò che emerge dai documenti e dagli effetti personali dei malati è quello di un mondo isolato, dove il diverso viene ghettizzato e ignorato dalla società.


Il contenuto delle teche
  • Contenuto di una teca_oggetti di Verdina
  • Gli oggetti di Michele
  • Gli oggetti di Margherita
  • Gli oggetti di Vincenzo Nicola
  • Alcuni oggetti di Marianna
  • Il sacchetto di Giuseppa Luigia



Marinella Ferrai Cocco Ortu, della Soprintendenza archivistica per la Sardegna, ha poi presentato il lavoro svolto dal punto di vista tecnico organizzativo: la Soprintendenza si occupa principalmente di tutti gli archivi pubblici e privati non statali. Il progetto è stato fermamente voluto e portato avanti e la funzionaria si è detta molto soddisfatta di poter inaugurare la mostra proprio durante le giornate Europee per il Patrimonio. «Quando la Soprintendenza Regionale venne a conoscenza di questo archivio alla fine degli anni Novanta – ha detto –, cominciò il lavoro, in questo senso anticipando persino l’amministrazione statale». Dal ‘98 al 2003 sono state catalogate 12mila cartelle cliniche, 2060 documenti e 480 sacchetti personali.
I sacchetti sono senza dubbio una particolarità della mostra: niente di simile si è rinvenuto in altri manicomi né a Cagliari né nel resto della penisola. Per questo la storia di Rizzeddu è fatta di tante piccole storie. Per la dottoressa Anna Tilocca Segreti, ex direttore dell’archivio statale di Sassari: «L’approccio di un archivista dovrebbe essere asettico e distaccato ma in questo caso è stato impossibile non sentirsi umanamente coinvolti».


Le teche, i pannelli e i relatori
  • Gli oggetti di Maria Luigia e Timoteo
  • Alcuni strumenti usati nel manicomio
  • I pannelli che raccontano la storia del manicomio
  • Altri pannelli lungo il percorso della mostra
  • Angele Liengault del dipartimento salute mentale di Bastia
  • Marinella Ferrai Cocco Ortu e Anna Maria Giannichedda



Con il materiale acquisito sono stati realizzati 15 pannelli con altrettante stampe fotografiche del materiale documentario che sono state esposte nel padiglione H insieme al materiale originale racchiuso in nove apposite teche di vetro. I curatori della mostra sono gli operatori della Soprintendenza archivistica per la Sardegna. Hanno collaborato gli utenti dei dipartimenti delle tre aree territoriali coinvolte. Si tratta di 12 utenti dei Dipartimenti di salute mentale della Asl di Sassari, dell'Azienda Usl di Livorno e della Direction Dèpartementale des Affaires Sanitaires et Sociales di Bastia.

Angele Liengault del Dèpartementale des Affaires Sanitaires et Sociales di Bastia ha ricordato come in Francia ancora esistano degli ospedali psichiatrici e la necessità di andare avanti nella cura della malattia mentale con un approccio sempre più aperto: il malato non deve essere isolato e ghettizzato perché è uguale agli altri.

La professoressa Maria Grazia Giannichedda docente all’università di Sassari ha infine presentato la sua relazione sui manicomi: «La sorte mi ha permesso di visitarne vari – ha detto – in Italia e all’estero e dopo averne visitato così tanti posso dire di essere diventata una militante per la lotta a questi luoghi, un po’ prigioni e un po’ campi di concentramento». Ha sottolineato la potenza vitale della mostra che rimanda a delle identità, non solo quelle dei malati ma anche dei medici e degli assistenti che rivivono attraverso i documenti le cartelle e i reperti.
Dopo una trattazione sulla nascita del manicomio come istituzione nell’Europa della rivoluzione industriale, la Giannichedda ha posto l’accento sulla caratteristica di “mondo a parte” che l’ospedale psichiatrico inevitabilmente veniva a creare. Un altro microcosmo con le sue leggi completamente distinto dal mondo “reale”. Ad un controllo più minuzioso emerge poi come i metodi di cura si siano evoluti nel tempo: dalle cartelle, all’apertura fittissime di annotazioni, con il tempo sempre più vuote; spesso si arrivava all’abbandono, per molti pazienti, di qualunque terapia.
Ricordando le varie fasi della riforma sanitaria la professoressa Gianichedda si è augurata per il futuro una continua crescita per quanto riguarda la psichiatria: «I manicomi sono chiusi – ha precisato – ma non il concetto di una abitazione forzata del malato».


Gli armadi e i sacchetti
  • Particolare dell'armadio con i sacchetti
  • L'archivio storico
  • Altro particolare dell'archivio storico
  • Ancora un particolare dell'archivio storico
  • Un armadio che ha aveva contenuto i sacchetti
  • Al suo interno erano conservati altri sacchetti



Salvatore Carta, direttore generale della Asl fino al 2000, ha ricordato come già al tempo della sua direzione avesse proposto di abbattere le mura e creare una cancellata in modo da trasformare il compendio in un vero parco.

Ringraziamenti sono andati anche a Maria Rosaria Lai, l'archivista che ha curato la realizzazione della Mostra, a Antonio Venturoli, ad Angelo Pisuttu, ai funzionari Interreg e al maestro Igino Panzino che ha partecipato alla mostra con le sue opere.


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